Le Antigoni


2-3 maggio. Il corpo tragico. Le Antigoni
- giovedì 2 maggio 2019 - Museo Archeologico Nazionale di Napoli Sala del Toro Farnese - ore 18
Le Antigoni 1
Elena Bucci, Antigone. Solo
Diana Matar, Places wiyhout bodies. Contrappunto fotografico
- venerdì 3 maggio 2019 - Museo Archeologico Nazionale di Napoli Sala del Toro Farnese - ore 17.30
Le Antigoni 2
Ilaria Cucchi / Pietro Del Soldà / Luigi Manconi

ANTIGONE. SOLO

letture in frammenti intorno al mito di Antigone

di e con Elena Bucci

cura e drammaturgia del suono Raffaele Bassetti
assistente all'allestimento Nicoletta Fabbri
nella versione concerto le musiche originali sono eseguite dal vivo al violino e alla tastiera da Dimitri Sillato

Inseguo il mito di Antigone attraverso il tempo, leggendo le parole di pietra di Sofocle, attraversando gli incubi quasi contemporanei di Anouilh e Brecht per ritornare, in una danza a cerchio, ai testi più antichi che ancora emanano il mistero e il fascino di un teatro parlato, cantato, danzato che riusciva a celebrare un rito di trasformazione del dolore in energia collettiva.

NELLA LINGUA E NELLA SPADA

un progetto di musica e teatro ispirato alle vite e alle opere di Oriana Fallaci e di Aléxandros Panagulis

elaborazione drammaturgica, regia e interpretazione di Elena Bucci

musica e live electronics Luigi Ceccarelli
con
Michele Rabbia - percussioni
Paolo Ravaglia - clarinetti

disegno luci Loredana Oddone
regia del suono Raffaele Bassetti, Andrea Veneri
scene e costumi Nomadea
assistenti all’allestimento Nicoletta Fabbri, Beatrice Moncada

una coproduzione Ravenna Festival, Napoli Teatro Festival/Fondazione Campania dei Festival e
Compagnia Le Belle Bandiere

produzione musicale Edison Studio - Roma

debutto
8 luglio, Teatro Nuovo, Napoli >
12 luglio, Teatro Alighieri, Ravenna >

LA PRIMA VITTIMA
La prima vittima dei tiranni / è il loro spirito / Prima a quello / mettono le catene
(Aléxandros Panagulis, Vi scrivo da un carcere in Grecia, 1974, Rizzoli) 
Note intorno al progetto

Mi pare che la memoria sia una pratica sempre più necessaria: prima pensavo che il mio non riuscire a dimenticare fosse una malattia, ora mi pare un infinito baule del tesoro dal quale attingere, come se la memoria degli altri fosse anche la mia.
Quando partii per un viaggio in Grecia dopo la maturità, portai con me un libro dove una giornalista ardita, Oriana Fallaci, raccontava dell’incrocio del suo destino con quello di Alekos Panagulis, politico e poeta greco imprigionato, torturato e condannato a morte per il suo fallito attentato al dittatore Papadopoulos. Un fortissimo movimento d’opinione internazionale aveva portato alla sospensione della pena e poi una grazia alla scarcerazione. Si incontrano per un’intervista e restano allacciati, fra discussioni appassionate, andate e ritorni, fino alla morte di lui per un incidente misterioso nel 1976.
La potenza della scrittura compiva il suo miracolo: persa in quella terra polverosa e profumata che trabocca di segni antichi, vicina e lontana, tra i templi, i paesaggi marini fermi nel tempo e le città caotiche e nere, mi sembrava di vivere le vite di Oriana e Alekos, in lotta contro il conformismo e le bugie, irriducibili, ostili per natura e disciplina al potere e alla tirannia. Si narrava di amore e di lotta, della solitudine degli eroi e della loro forza poetica, dell’allegria e della disperazione degli spiriti liberi. Ora capisco meglio quanto fosse anche una vigorosa trasformazione del dolore e del lutto attraverso la scrittura, una testimonianza che voleva diventare memoria di tutti e resistere all’oblio che, veloce, stava già calando.
«La politica è un dovere, la poesia un bisogno. È un urlo che non si può soffocare, l’ansia di un istante che non si può dimenticare. Allora cerchi carta e matita per fermarlo.»
Scrive Alekos nel carcere, su qualsiasi cosa trovi, per non perdersi.
Anche per lui la scrittura è medicina, memoria, appiglio che salva quando il mondo sembra impazzito. È un’arma e uno scudo.
Dalla scrittura gli viene la forza di ridere dei propri aguzzini, di prenderli in giro, di sopportare la solitudine che deriva dall’ossessione di cercare e dire la verità.
Mi pare che porti anche il sollievo per un errore che gli ha impedito di diventare un assassino, quando la rabbia non gli porgeva altra soluzione che un attentato, a lui che non sapeva vendicarsi nemmeno dei suoi aggressori.
Guardo i suoi libri ormai introvabili con la prefazione di Pasolini. Sembrano passati secoli, ma le domande sono vive. Mentre tutto il pianeta è scosso da guerre e mutamenti, si svegliano i mostri che approfittano della paura e dell’ignoranza, torna il fascino dell’urlo demagogico e violento, la tentazione della chiusura dei cancelli, l’illusione della sicurezza dei muri, lo sfogo attraverso l’aggressione reciproca quotidiana, ma permane anche la resistenza ferma che non vuole combattere la violenza con la violenza, le pratiche tenaci della disciplina del pensiero, dell’arte, della scrittura.
Provo ad aggiungere la mia voce a questo coro con un concerto per musica e voce. Non userò le parole di Oriana Fallaci, non strapperò brani da un libro perfetto, ma proverò a raccontare con parole mie di lei e di lui, di quell’epoca, di quella terra e della mia, di altri scrittori e artisti che vissero l’orrore della dittatura. Tutto comincia con una risata.
Mi affido all’intuito drammaturgico e alla sensibilità sapiente e geniale del compositore Luigi Ceccarelli, con il quale collaboro da tempo, al talento di due musicisti e autori come Michele Rabbia e Paolo Ravaglia, da lui scelti, alla partecipe regia del suono di Raffaele Bassetti e Andrea Veneri, per ricreare attraverso i suoni e la musica un luogo sospeso dove si possa dialogare con i morti e ritrovare vite che non si sono vissute. Quando posso immergermi nella musica e diventare suono insieme ai suoni, mi pare di perdere il mio stesso corpo e i limiti della mia identità. In un continuo scambio tra appunti, improvvisazione e riscritture, la drammaturgia si innesta sulle comuni radici di musica e teatro e mi pare più vera. Le luci di Loredana Oddone disegnano nello spazio quasi vuoto una piccola prigione che può diventare l’infinito, le isole abitate dai musicisti, le città, il mare, una suggestione di Grecia e di Italia.
Immagino un melologo che colleghi questa storia recente alle immagini delle rovine che le guerre del presente portano ogni giorno davanti ai nostri occhi, mentre è in gioco la vita stessa del pianeta. Sento risuonare gli echi di tragedie passate nel mio parlato cantato o canto parlato, sogno un teatro che sia centro nervoso della polis, catarsi, dove gli errori della storia siano spinta per migliorare: una piccola luce nel buio, dove risuona, invincibile, quella risata.

Note intorno al progetto musicale

Negli anni in cui si svolgeva la vicenda di Alekos Panagulis contro la dittatura greca e la sua storia veniva dibattuta dalla stampa di tutto il mondo ero un giovane ventenne. In quell’epoca di forte ideologizzazione che rendeva spesso il clima sociale cupo e torbido, la figura di Panagulis si stagliava per la forza lucida e la grande emotività del suo pensiero, raccontata soprattutto con efficace coinvolgimento da Oriana Fallaci. Quello che mi impressionava molto in lui, ciò che lo rendeva ai miei occhi una persona straordinaria, era come l’ideale di libertà fosse talmente necessario da rendere sopportabile perfino ogni tipo di violenza fisica e psicologica, la dimostrazione di come il perseguimento di un ideale potesse andare anche oltre la propria vita.
Oggi sono passati quasi cinquant’anni da allora e il mondo è molto cambiato. Così, quando mi è stato proposto di creare un’opera di teatro musicale su Alekos Panagulis, ero inizialmente un po’ perplesso, la sua figura mi sembrava ormai scolorita dal tempo e dal tramonto di molte di quelle ideologie.
Invece, con sorpresa, rileggendo le sue poesie e la sua storia mi sono reso conto di come quel pensiero ancora oggi rimanga intatto, di come quel carico di energia vitale prepotente possa essere ancora necessario ed attuale, dopo la necessaria opera di depurazione del tempo. E anzi, più oggi che allora, il desiderio di democrazia e di libertà perseguito con così tanta emotività da Panagulis ci trasmette un desiderio di partecipazione positivo. Proprio quella stessa partecipazione che i media attuali sembrano concederci sempre più ma togliendoci del tutto l’entusiasmo.
Come affrontare questo tema dal punto di vista musicale, come rendere la vitalità contenuta nei testi di Alekos Panagulis?
Innanzitutto trasformando il racconto e la poesia di Alexos in “suono”, cercando di rendere ancor più percepibile l’espressività di ogni elemento fonetico, che Elena interpreta magistralmente, e che l’elaborazione digitale può rendere ancora più emozionale: nella moltiplicazione della voce fino a farla diventare un coro, nella creazione di uno spazio tridimensionale che porti il pubblico ad immergersi nei versi e non a guardarli solo dalla rassicurante distanza della platea, cercando di portare il testo nella dimensione iper-realistica di una performance di teatro musicale contemporaneo.
E poi costruendo un progetto dove i musicisti non eseguono una partitura precostituita e immutabile, ma in cui ogni strumentista contribuisce, con la condivisione della propria identità musicale alla costruzione della partitura generale. Paolo Ravaglia e Michele Rabbia non sono semplicemente esecutori, ma interpreti e creatori all’interno di una struttura in cui testo, voce e suono dialogano tra loro combinandosi senza perdere la loro individualità. Sullo sfondo ovviamente, a far da riferimento, c’è spesso la musica greca con le sue tradizioni di libera convivenza che ci riporta a quella terra di cui Panagulis è figlio. Non certo quella musica insistente da sottofondo turistico che, come in ogni località del mondo, ci ronza intorno perennemente, ma quella musica che è forse la più antica della civiltà mediterranea e che meglio di tutte ha saputo fondere le culture con cui è venuta a contatto. Ascoltando la musica greca d’arte ci si rende conto che siamo di fronte alla sintesi perfetta tra la musica latina, la musica araba e quella balcanica. Quella sintesi che la musica di oggi è sempre più abituata a fare. Una musica che non appartiene più ad un genere musicale, ma che, forse utopisticamente, è ad un livello superiore, una sintesi che identifica tutti in un unico linguaggio comune. (Luigi Ceccarelli)

Dall'Isola

    
  

Santa Niele

Catania, aprile 2019

Per Cesco

Francesco Macedonio
19/2/1927 - 1/4/2014
Cesco con la sua camminata elegante e spavalda, Cesco che si muove come un ragazzo, con gli occhi vivaci che non smettono mai di ridere, Cesco alla Scuola di Teatro di Bologna che si arrabbia perché non capiamo quanto sia semplice fare il teatro vivo che lui chiede, basta essere veri no? Cesco immobile e in silenzio, tutto raccolto in sé, che guarda le nostre prove come fossero l’evento più importante dell’universo, che arriva in un Circolo Arci sperduto in un minuscolo paese di Romagna soltanto per incontrarci e ridere come un pazzo di una nostra versione della Domanda di matrimonio di Cechov dove portiamo barbe, baffi e capelli finti che volano da ogni parte, siete tutti zingari e streghe qui, capisci?, dice, Cesco capace di creare magie con il nulla, di rendere grandi gli attori facendo brillare come diamanti tutti i loro talenti, anche se loro non ci capiscono niente, Cesco cosmopolita che sceglie di vivere nella sua terra per amore e per amore della libertà, Cesco anarchico, Cesco imprevedibile, Cesco che guarda un film al giorno, Cesco con noi a cena nelle frasche e nelle trattorie intorno a Gorizia, Cesco più avvincente del teatro, del cinema, di un libro, Cesco spettacolo continuo regalato dal talento e dall’intelligenza temperati da rigore e umanità, Cesco instancabile, indomabile, inafferrabile, Cesco senza il quale saprei di certo molto meno del teatro, ma anche della vita.

Vetrina Milano

marzo 2019

Urbania e Milano


Grazie al lavoro di persone brave e coraggiose vivono e si riempiono di ragazzi gli incantevoli teatri storici della provincia di Pesaro e Urbino. Per quanto viaggiamo, non finiamo di stupirci della bellezza del nostro paese.


Grazie Milano, viva e vibrante in primavera, viva il Teatro Gerolamo che sembra fatto apposta per il nostro "Ottocento", con il suo spazio intimo e raccolto nel cuore della città. Respiriamo con il pubblico fino allo scioglimento finale. Proprio bello. Peccato che domani sia l’ultima e a presto.

Archivio vivo incipit



28 febbraio 2019, Russi
prima giornata di riprese per il progetto "Archivio vivo"

Roma, Longiano, San Marino


Viva viva viva San Marino, bella di giorno e di sera, e viva la sua coraggiosa programmazione di grande qualità! Sospesi quassù abbiamo ritrovato l’incanto del concerto di Antigone e Creonte.



Cartolina da Longiano e dal passato (1990). Grazie a Marco Manchisi torniamo in prova per "Metamorfosi" di Leo de Berardinis.



Grazie Roma, grazie Palladium per averci dato l'occasione di riprendere "Ottocento" in un clima complice e intenso. Ad ogni replica, anche grazie a chi ci ospita e al pubblico, scopriamo altri sensi di questo viaggio nel tempo.

Pallade

Teatro Palladium, Roma, 20 febbraio 2019

Un canto alla vita


Nel n. 133/2019 di Leggendaria, alle pagine 30-33, appare un articolo dal titolo "Un canto alla vita" che contiene uno scambio epistolare tra Sarah Perruccio ed Elena Bucci a proposito dello spettacolo "Onde", dedicato a Virginia Woolf e Katherine Mansfield.

(vai all'articolo)  >>

Due stupidi sublimi (On Air)

drammaturgia, interpretazione e regia
Enzo Vetrano e Stefano Randisi

con la partecipazione di Lorenzo Donati
in veste di conduttore radiofonico

12 gennaio 2019
Teatro di Argelato (BO)

In una emittente radiofonica Enzo Vetrano e Stefano Randisi sono ospiti di una trasmissione in diretta e tra dediche, musiche e messaggi inviati dagli ascoltatori espongono i loro dialoghi, scritti premendo fino in fondo il pedale del nonsense.
Sketch radiofonici che diventano teatro, davanti agli occhi degli spettatori invitati come pubblico negli studi della radio in cui un simpatico conduttore presenta e raccorda le scene.


(«Il tuo intervento è piaciuto tantissimo ti hanno fatto un applauso bellissimo e tutti a dire della tua leggerezza e poesia e poi tutto lo spettacolo ha entusiasmato grazie ancora.» Enzo e Stefano)

San Casciano mare

San Casciano in Val di Pesa (FI), 11 gennaio 2019

Scia del Garda

Lago di Garda, gennaio 2019

CAVALIERI ERRANTI | lab

laboratorio di alta formazione
condotto da Elena Bucci
organizzato da Piccola Compagnia della Magnolia

18-22 dicembre 2018
Atelier Magnolia c/o Bunker, Torino

Ancora non mi abituo alla magia del teatro: ne esistono tanti quanti sono gli attori, i registi, ogni singolo essere che forma il pubblico; permette di viaggiare nel tempo, dialogare con i morti e con i vivi lontani; annulla il tempo, quando sospesi guardiamo il talento che si dispiega o quando, nel corso delle prove o in teatro, ci sembra passato un attimo e invece sono trascorse ore; rivela bellezze e orrori sorprendenti negli essere umani e nelle cose di ogni giorno; sposta lo sguardo, affina le antenne; nella sua forma più alta trasforma il narcisismo in dedizione a trovare il gesto, la parola, l'accento più autentico possibile; si rivela politico in ogni suo aspetto, mestiere da fool, rito collettivo che, anche quando non vorrebbe, trasforma l'inchino al potere in sberleffo e risata, strumento di un'alchimia che aiuta a vedere, a capire.
Ho descritto un'utopia, certo, valida per tutte le arti quando sono elisir in una società sana, medicine in una malata.
La nostra arte ha però alcune caratteristiche che possono renderla molto servile o molto libera: non rimane, si esprime e si consuma dal vivo, vive solo nel ricordo, è nomade e non stanziale, il suo strumento è il nostro stesso corpo, la nostra storia. Deve dialogare, con le sue anacronistiche necessità, con la concretezza del presente, le difficoltà contingenti, gli ordinamenti, le leggi, le economie. Si prepara in solitudine, ma si manifesta e si realizza in pubblico. In molte culture si è avvicinata ad un mistero politico e spirituale che dissolve le distanze tra gli individui, politiche, etniche, di età e censo, senza annullarne le differenze, scivolando, quasi inevitabilmente, verso una forma di verità comune.
Anche se spesso intuiamo questo compito rivoluzionario, riserviamo spesso poco tempo allo sviluppo e all'allenamento di quelle capacità che ci possono orientare in questa complessità, quelle che ci rendono veri autori, capaci di padroneggiare con libertà i nostri strumenti, coraggiosi nell'esprimere la nostra visione. Cavalieri erranti.
Sembra un assunto presuntuoso, ma mi rendo sempre più conto che il valore dell'esperienza consiste proprio nell'aiutare a intravedere, anche in breve tempo, la ricchezza che ognuno di noi ha vicino e che a volte non trova, per abitudine a guardare altrove, per sfiducia, o forse perché il nostro lavoro si pratica proprio attraverso la collaborazione con lo sguardo altrui.
In questi giorni insieme vorrei inseguire la migliore utopia che possiamo immaginare.
Ci chiederemo quali siano i veri luoghi dell'arte, quali i teatri del nostro tempo, quale sia il linguaggio che arrivi a tutti senza rinunciare alla bellezza della complessità, quali siano il corpo, la voce, la scrittura, il magnetismo di ognuno e come cambino nel corso del tempo e a contatto con tematiche diverse. Sono le eterne domande che rendono vivo il nostro lavoro e lo riportano alla sua natura di rito collettivo di consapevolezza e trasformazione, momento di pura gioia, uscita da sé, sipario di una diversa realtà che illumina la vita quotidiana e le relazioni.
Cosa significa essere attori? quanta deve essere la libertà creativa, quanta la dedizione a visioni altrui? Come ridefinire il proprio linguaggio con l'assommarsi delle esperienze? Come ritrovare le radici più autentiche, folli e libere della propria creatività? Come si mescola quello che abbiamo imparato con la nostra biografia e con il dna, ricchezze e fragilità che contrastiamo e alle quali attingiamo?
Come inseguire l'arte speciale di ognuno, quella che rende ogni persona unica e iridescente?
Che compito, che responsabilità, che salto nel vuoto viene chiesto all'acrobata delle emozioni che 'si agita per la sua ora sulla scena', che gioioso sacrificio?
Cosa serve davvero? di quanto peso possiamo liberarci per conquistare una maggiore libertà?
Mi pare che l'attore, con tutta la sua fragilità, l'egocentrismo, il narcisismo, le paure, le fissazioni, sia chiamato ad un grande compito, come fu al tempo della commedia dell'arte, del teatro di Shakespeare e di Molière, nella stagione dell'Ottocento italiano: leggere negli animi e nella storia, ricreare la realtà con libertà e coraggio, inventare e ritrovare lingue, storie e personaggi, suggerire l'utopia, svelare l'ipocrisia, dialogare con il potere.
Mi piacerebbe che si potesse scorrere su due binari paralleli e a tratti comunicanti: da un lato testi e personaggi che fanno parte della storia del teatro, attingendo sia a testi teatrali che a biografie o documenti, dall'altro storie e personaggi che attingano all'osservazione del mondo e all'autobiografia. Invito ognuno a preparare questi due racconti-ritratti, anche soltanto come schizzo o appunto, da perfezionare poi nel corso del lavoro
Saliamo sulla macchina del tempo del teatro per andare avanti e indietro nella storia, per dialogare con i geniali artisti che non ci sono più, che sono lontani, con tutti coloro che, pur non essendo famosi, ci hanno reso quello che siamo.
Cinque giorni possono svanire in un respiro, ma anche diventare un tempo infinito, un lusso, una gioia, una sorpresa, un abisso, una risalita. Immaginiamo di costruire uno spettacolo in cinque giornate nel quale ognuno dei partecipanti si avvicini ancora un poco al nocciolo autentico dell'insostituibile artista che è o può diventare.
Consiglio di portare abiti femminili e maschili comodi, ma non sportivi (gonne lunghe e ampie, abiti larghi, pantaloni comodi, cappelli, camicie) carta, penna e i testi di riferimento. Si può arrivare anche portando soltanto sé stessi.

informazioni e iscrizioni
Piccola Compagnia della Magnolia tel 345 0968658 info@piccolamagnolia.it www.piccolamagnolia.it facebook: Piccola Compagnia della Magnolia

CONSERVATORY

di Michael West
traduzione di Natalia di Giammarco

una lettura a cura di Elena Bucci e Marco Sgrosso
cura del suono Franco Naddei e Raffaele Bassetti

16 dicembre 2018 - Teatro Belli, Roma

"TREND Nuove frontiere della scena britannica" a cura di Rodolfo di Giammarco - XVII edizione

LEI: Se pensassi che tu abbia un cuore, ti ci avrei piantato questo ferro da maglia.
LUI: I tuoi artigli, micio, i tuoi artigli.
Rinchiusi nel loro rifugio borghese arredato in modo classico - due poltrone, la credenza, la cesta del cucito e un dizionario -, isolati e ben protetti da chiavistelli da un esterno denso di echi minacciosi – il vento che fa sbattere le porte, il cigolio insistente del cancello, il mostruoso accoppiamento di gatti in calore –, isolati in un tempo sospeso, Lui e Lei… una coppia senza un nome che definisca la loro identità.
Lei fa le parole crociate e lavora a maglia, Lui legge il giornale e cerca senza tregua gli occhiali che sposta da una tasca all’altra. Lei è ferocemente caustica sul passato e sul presente, Lui dolorante e sboccato si gongola in vena di rimembranze, e la conversazione inizialmente innocua assume rapidamente le caratteristiche di un delicato gioco al massacro, eseguito con un’alternanza di affondi reciproci che richiama in causa due figlie anaffettive e troppo adulte per procreare, l’amante di Lui divenuta amica di Lei, le insofferenze di Lei e l’impotenza di Lui. Ma soprattutto, sin dalle prime battute affiora, protagonista, la Morte, che dal paradosso del gatto morto di Schrödinger porta all’elenco di amici e conoscenti oramai defunti, fino all’agghiacciante rivelazione del colpo di scena finale, mentre la grandine sbatte furiosamente sul tetto e l’ultimo appello di tenerezza resta senza risposta.
Fermi, al leggio, cerchiamo di evocare con voce e musica gli spazi, le relazioni e le possibili intuizioni necessarie a un ideale futuro allestimento. Creiamo il disegno preparatorio, lo schizzo, coniugando la nostra immaginazione con quella del pubblico, così da creare mille diverse coppie, storie, case, strade, città perse nel buio della sera.

Bellinzona fronteretro

Bellinzona, dicembre 2018

Disco Bonci

Teatro Bonci, Cesena, dicembre 2018 - registrazione cd "L'anima buona del Sezuan" durante la tournée dello spettacolo

Fallite fallentes

Cesena, Teatro Bonci, dicembre 2018 - messaggio da uno spettatore

Verso la città

Istanbul, novembre 2018

Rapiti dall'Eden

I sabato pomeriggio tra cinema e teatro

Cinema Nuovo Eden, via Nino Bixio 9, Brescia
27 ottobre 2018, ore 17.30

incontro con Elena Bucci e Marco Sgrosso

a cura di Daniele Pellizzari



a seguire proiezione del film LA DONNA CHE VISSE DUE VOLTE di Alfred Hitchcock

L'ANIMA BUONA DEL SEZUAN

di Bertolt Brecht
traduzione di Roberto Menin

progetto, elaborazione drammaturgica Elena Bucci, Marco Sgrosso
regia di Elena Bucci con la collaborazione di Marco Sgrosso

con Elena Bucci, Marco Sgrosso, Maurizio Cardillo, Andrea de Luca, Nicoletta Fabbri, Federico Manfredi, Francesca Pica, Valerio Pietrovita, Marta Pizzigallo

disegno luci Loredana Oddone
musiche originali eseguite dal vivo Christian Ravaglioli
cura e drammaturgia del suono Raffaele Bassetti
macchinismo e direzione di scena Viviana Rella
supervisione ai costumi Ursula Patzak in collaborazione con Elena Bucci
scene e maschere Stefano Perocco di Meduna
assistenti alla regia Beatrice Moncada, Barbara Roganti
sarta Manuela Monti

Il caso, che non è mai un caso, ci ha raccolto intorno a questo progetto per il primo giorno di prove il 18 settembre 2018, a dieci anni dalla scomparsa del nostro maestro Leo de Berardinis. A lui dedichiamo lo spettacolo, per quanto ci manca, e grati, nel tempo, per tutto quello che ci ha insegnato. (Elena Bucci e Marco Sgrosso)

grazie a chi ci ha sostenuto in questa avventura
e al Teatro Comunale di Russi
e grazie anche a
Davide Reviati per l’immagine
Giovanna Randi per alcuni oggetti ormai introvabili

CTB Centro Teatrale Bresciano / ERT Emilia Romagna Teatro
collaborazione artistica Le Belle Bandiere
Noi volevamo una favola dorata
È venuta amara, alla fine si è guastata.
Pubblico amato, pensa allora per te un finale!
Di un'anima buona, abbiamo un bisogno reale! 
(Bertolt Brecht)
Siamo nel vortice dei dubbi e delle provocazioni innescate da questa parabola antica e attuale, divertente e amara, irta di domande affascinanti e insidiose intorno al sentimento del bene e del male, della bontà e della cattiveria, della sopraffazione e della solidarietà, ma anche intorno al ruolo dell’arte e del teatro in un mondo che misura i suoi valori sulle leggi dell’economia.
Bertolt Brecht, con lo sguardo acuito dalle persecuzioni, profetico e lucido, trasforma in sorprendente drammaturgia frammenti di storia, questioni della politica, interrogativi dell’etica. Rompe le convenzioni, chiama in causa il pubblico, sta in bilico senza paura tra i generi, passando dal cabaret al dialogo filosofico, dalle invettive alle scene d’amore.
Composta negli anni del suo esilio da una Germania feroce, “L’anima buona del Sezuan” ci colpisce per l’equilibrio tra lo sguardo freddo e analitico e la vena poetica.
Ci troviamo di fronte alla memoria di importanti allestimenti e alla storia delle alterne fortune di questo autore che risveglia sempre sentimenti contrastanti: è difficile, divertente, asservito, libero, anarchico, distrugge il teatro o lo ritrova?
In epoche difficili per le arti, abbiamo scelto di affrontare questa impresa con gli strumenti di un’antica tradizione italiana: le maschere e i gesti di una commedia dell’arte tradotta per questo tempo. Pratichiamo un continuo allenamento a mescolare i linguaggi, i punti di vista, i dialoghi e gli appelli al pubblico, il grottesco e il tragico, le provocazioni intorno al presente e le evocazioni di antica poesia, sempre confidando nella potenza catartica del teatro che trasforma le contraddizioni in abbraccio.
Come una compagnia girovaga con musico approdata in città con il suo carico di palchetti di legno, maschere e costumi, immaginiamo il teatro come una piazza dove si dispiega questo denso racconto cantato, parlato, danzato e dove si possano affrontare le domande che bruciano.
Immaginiamo il nostro Sezuan anche attraverso le pagine che l’autore dedica alla Cina e al suo teatro. Ci immergiamo in questa ambientazione bizzarra e provocatoria ricorrendo sia alla fascinazione che agli stereotipi con i quali guardiamo ad una cultura orientale che ci sfugge e ci somiglia, nella sua capacità di mescolare modelli antichi e slancio verso il nuovo, saggezza e corsa alla conquista dei mercati. E ci ritroviamo in una terra di contrasti, di bianco e nero e di accesi cromatismi, in un cantiere di palafitte solitario e sovraffollato, nel quale gli attori sono guerrieri di pace pronti a rapide metamorfosi. Le maschere si sovrappongono ai volti e, una volta alzate, rivelano nuove bellezze e profondità. I personaggi si incarnano in maschere bianche che ne scolpiscono i tratti dell’anima, i corpi si caricano di gestualità espressionistiche, mentre i luoghi dell’azione trasformano lo spazio con il mutare delle luci e lo slittamento delle prospettive.
La ricerca intorno al magico abisso che si crea tra persona e maschera, tra la vita e la scena, ci ha permesso di affrontare temi dolorosi come l’accoglienza o meno di chi non ha nulla, la fame, la costruzione di imperi basati sulla miseria di molti, la sopraffazione in nome della difesa dei figli, l’esistenza della divinità e ancora e ancora.
Abbiamo attraversato le diverse letture del molto citato ‘straniamento brechtiano’, cercando la nostra via di vicinanza, rottura, distanza per risvegliare sensi ed intelletto.
Incontriamo le esilaranti figure di tre dei in missione per conto di misteriosi superiori alla ricerca di anime buone. Se le troveranno, il mondo ‘può restare com’è’.
Al vagare degli umani si aggiunge dunque quello incerto degli dei, che cercando di premiare la bontà disordinano i destini fino al sorprendente epilogo finale.
Sulla scia del nostro maestro del dubbio, indaghiamo la scissione che avviene nella prostituta Shen-Tè prescelta dagli dei come esempio di anima buona, tra la sua natura amorevole e quella ragionevole, tra il generoso angelo delle periferie Shen-Tè e il suo alter ego creato per difendersi dall’assalto dei poveri, l’avido imprenditore Shui-Ta.
Shen-Tè diventa la lente d’ingrandimento attraverso cui osserviamo il sentimento alterno di apertura e paura dei privilegiati del mondo nei confronti della nuova povertà, con le sue domande ancora senza risposta.
Il gioco di sdoppiamenti e metamorfosi innestato da Shen-Tè/Shui-Tà si propaga agli altri personaggi, attraverso il gioco del cambio di maschere: dal devoto acquaiolo Wang all’aviatore senza aereo Yang Sun, che incarna le lusinghe della passione amorosa, ai ricchi del quartiere, prepotenti e senza scrupoli, fino al multiforme e grottesco coro di un popolo che giustifica con la miseria egoismo e delinquenza.
E anche se tutto il racconto porta senza scampo alla potenza amara dell’immagine delle braccia di Shen-Tè tese verso il cielo nell’atto di una preghiera vana, non possiamo non accogliere l’appello finale dell’autore: tentare sempre, di nuovo, ogni giorno, con tutti i mezzi, di migliorare il mondo, pur sapendo di fallire e di questi fallimenti, terribili e struggenti, continuare a raccontare la storia.


Teatri in piazza

festa dei teatri bolognesi

7 ottobre 2018 - Piazza Verdi, Bologna

Ideata da Elena di Gioia e curata insieme a Claudio Longhi, la Festa si svolgerà nel cuore più ricco e multiforme della città. Una giornata aperta alla cittadinanza, in cui per la prima volta i teatri presenteranno insieme le proprie stagioni, per accendere una luce sulla necessità e la bellezza di un linguaggio che ci rende comunità per sua stessa natura.
Si comincia alle 10 e si va avanti fino alle 19 con incontri, letture e concerti, a partire da una visita guidata al Teatro Comunale di Bologna seguita, alle 11.30, da un incontro con la scrittrice Michela Murgia intitolato Il sipario ha la gonna corta e condotto da Claudio Cumani. Alle 14, l’energia dell’onda sonora prodotta dalla Banda Rulli Frulli, la mitica marching band di giovanissimi diretta da Federico Alberghini, muoverà da piazza Verdi verso Piazza Maggiore, dove per tutto il pomeriggio ottocento giovani musicisti con orchestre, bande e cori, si alterneranno per festeggiare le Scuole di Musica dell’Emilia-Romagna. Alle 15.30 l’appuntamento è nuovamente al Foyer Respighi del Teatro Comunale per OperAttivi, con il Coro Voci Bianche e il Coro Giovanile del Teatro Comunale di Bologna, diretto da Alhambra Superchi e Amedeo Salvato al pianoforte.

Alle 17.30, infine, per Serata d’onore al Teatro, sul palcoscenico di piazza Verdi si avvicenderanno alcuni tra i più noti e amati artisti bolognesi, come Elena Bucci e Oscar De Summa, Paola Aiello di Kepler-452, Francesca Mazza e Bruno Stori, che renderanno omaggio a Bologna con letture e performance dedicate alla città.

In caso di maltempo, il programma è confermato e si svolgerà nel Teatro Comunale di Bologna.

Teatri in Piazza è un progetto organizzato e prodotto da Emilia Romagna Teatro Fondazione con il sostegno del Comune di Bologna e la collaborazione organizzativa del Teatro Comunale di Bologna, nell’ambito della settimana di EnERgie Diffuse promossa dalla Regione Emilia-Romagna in occasione dell’anno europeo del Patrimonio Culturale 2018. L’immagine L’albero che canta è di Giuliano Scabia, tratto dalla copertina di “Nane Oca rivelato”, Einaudi 2009.

Parole d'amore

intervento di Elena Bucci e Marco Sgrosso

2 ottobre 2018, ore 23
Piazza Verdi, Bologna


«Il Comune di Bologna ha messo a disposizione piazza Verdi, nel centro della zona universitaria, per una due-giorni durante la quale spiegheremo alle nostre matricole che i valori e i saperi dell’Università, e di tutti coloro che in tali valori e saperi si riconoscono, sono inconciliabili con le campagne d’odio oggi imperanti in Italia.
L’iniziativa si svolgerà nei giorni 1-2 ottobre 2018, in orario serale, e vedrà raccolti in piazza Verdi docenti, ricercatori, studenti che contribuiranno, a partire dalle proprie discipline, con brevi lezioni e dialoghi. Già moltissimi docenti si sono iscritti a parlare. Ma ci piacerebbe che il palco di piazza Verdi ospitasse altre voci, forti e importanti, del mondo intellettuale italiano: attori, registi, musicisti, scrittori che vorranno portare una testimonianza, o far dono della propria arte, come ciascuno riterrà.» (Federico Condello)

Specchio sardo

Cagliari, settembre 2018

Per Leo

(18 settembre 2018)
Sono passati dieci anni dal saluto di Leo de Berardinis.
A Gioi, dove è nato, lo festeggiano e gli hanno intitolato una strada. >>
A Vallo della Lucania, dove gli hanno intitolato un teatro, hanno organizzato eventi e una mostra. >>
Mi è stato chiesto uno scritto che non mi soddisfa per nulla, ma che invio a loro e pubblico qui per tentare di aprire la strada ad altre testimonianze che ci aiutino a raccontare la storia di Leo e del teatro del nostro tempo.

ALLENARSI AL SOGNO

Ho incontrato Leo appena uscita dalla Scuola di teatro. Cercava giovani attori per formare una compagnia che potesse crescere nel tempo e accompagnarlo nel corso della sua ‘terza vita’ nella città di Bologna. Per molti anni gli sono stata accanto acquisendo una sempre maggiore autonomia creativa e partecipando, insieme ai miei fratelli attori e tecnici, al mistero della creazione di quasi tutti gli spettacoli fino al 1999: dal primo Re Lear, dove ero Gonerill, all’Amleto dove giovanissima ed emozionata ero sua madre, fino a Il ritorno di Scaramouche, che mi regalò un ruolo che mi ha segnato, e alle ultime riletture del Lear, nelle quali duellavo con lui sulla musica del flamenco. Poi ho sentito che era arrivato il momento di prendere la mia strada e, staccandomi con fatica, ma restando sempre vicina, l’ho fatto.
L’ho seguito con tutta la dedizione possibile, domandando, cercando, scoprendo in me la sua stessa vocazione a fare coincidere il teatro con la vita, sognando che la pratica delle arti potesse contribuire a migliorare gli umani e il loro modo di stare al mondo.
Se parlo di me è soltanto perché mi rendo conto di quanto ancora sia da scoprire la sua ricchezza, e che molta della sua arte persiste nel corpo degli attori che hanno avuto la fortuna di averlo vicino davvero. Parte della sua storia è scritta nella nostra memoria, in quello che facciamo, nel modo in cui esprimiamo l’amore per il teatro come catalizzatore di energie e saperi.
Tutto questo, nei pochi libri che lo riguardano, non c’è. Ma il laboratorio continuo, l’edificazione di un teatro popolare di ricerca popolato di attori e creatori consapevoli e liberi, era il suo sogno più grande. Ancora lo è. Le sue parole, rilette oggi, rivelano la loro forza profetica e il disegno tracciato da un solitario che amava sognare una comunità felice e magica, dove la trasmissione e la ricerca fossero continue, dove le prove, come a volta con lui accadeva, fossero già spettacolo, prove di vita e d’arte insieme.
Leo mi ha cambiato la vita e lo sguardo: con pazienza e generosa intelligenza mi ha consegnato come meglio ha potuto gli strumenti del teatro, in un clima dove l’improvvisazione si mescolava alla lettura dei testi, la musica alle parole, il gesto alla danza, la disciplina alla rottura di ogni regola, la pratica del rigore a quella della libertà. Non ha sfruttato il mio cieco entusiasmo, il suo carisma, l’incanto: ha voluto rendermi libera, capace di esprimere la mia originale via.
Potrei continuare per pagine e pagine, evocando l’incanto vissuto nel condividere il palcoscenico con lui, la bellezza della sua risata e del suo sguardo ironico e possente, la sua capacità di guidare la navicella della compagnia attraverso le tempeste politiche, economiche, sociali, con una lucidità e una libertà che ne hanno fatto l’eroe di intere generazioni di registi e attori. Fra tutte, mi fermo ora sulla sua espressione appassionata quando cercava, insieme agli attori, il gesto, la provocazione, la conflagrazione, la scintilla che facesse di tutti noi, per un momento, teatro, la soluzione che ci trasformasse in pura energia viaggiante.
Leo era pieno di contraddizioni belle e vitali che rivelava senza proteggersi, come se attraverso la sua trasparenza si consegnasse a se stesso e agli altri come esperimento vivente, martire felice della ricerca dell’autentico, sensibile, sofferente, ilare creatura senza pelle in viaggio per il mondo.
Più passa il tempo e più da lui imparo, comprendendo anche quello che allora capivo, ma non potevo sentire. La sua lezione permane e si trasforma in chi l’ha conosciuto, in chi da lui resta affascinato. Come accade per i grandi maestri, diventa iridescente e mutevole, ma salda. Ispira a sparire nell’opera, a non cadere nelle trappole dell’egocentrismo e della paura di perdere tutto, anzi incita a perdersi, finalmente. In questa epoca di steccati e barriere è ancora più fulgida la sua stella.
Leo non amava le riprese video, temeva che le foto non restituissero la forza dell’arte dal vivo, teorizzava la sparizione del teatro insieme al corpo degli attori e l’impossibilità di farne storia e documento. E anche in questo caso, allo stesso tempo, meravigliosamente contraddittorio, faceva straordinarie ricerche sull’uso del video e della fotografia, usava l’arte del paradosso per incoraggiare la ricerca di nuovi metodi, o il ritorno ad antiche vie, per raccontare il teatro e gli attori.
E nonostante il grande amore di molti e la cura, come in vita non trovò casa pur edificandone molte, così ancora oggi gran parte della sua eredità non ha ancora trovato il suo racconto.
Con il suo tesoro ci ha consegnato un compito più che mai arduo e necessario: tenere in vita teatri liberi senza fissa dimora dove arti e riti sempre rinnovati connettano pensiero, sentimento e coscienza di molti per allenarli al sogno. E poi dovremo darne testimonianza, raccontando la storia di un’arte dal vivo ancora troppo silente.

I Quaderni della Bottega

Bottega dello Sguardo, via Farini 23, Bagnacavallo (RA)
10 settembre 2018, ore 19

«Come avevamo promesso, è uscito il primo quaderno della Bottega dello Sguardo, e vogliamo festeggiare l’evento con tutti voi.
Il 10 settembre lo presenteremo in Bottega, assieme ai protagonisti della serata del 21 novembre 2016: Adelmo e Elena Bucci. Assieme ai protagonisti di quel Dialogo fra un padre matto per il cinema e una figlia con la passione del teatro, condotto da Renata M. Molinari, saranno con noi Laura Mariani, curatrice del quaderno, Marco Sgrosso e Nicoletta Fabbri, pilastri delle Belle Bandiere, e tanti compagni di viaggio del loro e nostro fare. A tutti loro è dedicata e affidata la presentazione del quaderno, con piccole integrazioni, retroscena e letture d’arte… Una piccolo festeggiamento, da chiudere con un brindisi e… qualche brustolina… »

La Bottega dello Sguardo è una biblioteca: uno spazio di sosta per lasciare, prendere e barattare testimonianze, esperienze e ‘oggetti’ dello spettacolo, custodire libri e tracce di eventi teatrali; dove creare occasioni di incontro e intrecciare relazioni.
È difficile trasferire sulla carta il tessuto di sollecitazioni e memorie che le danno vita, manca il tempo che scandisce questo movimento nella quiete: un tempo che produce comunità. I quaderni vogliono essere un altro modo di sostare assieme e insieme costruire memoria. Non la registrazione di conferenze o la trascrizione di eventi: ma il disegno del loro farsi, in un moltiplicarsi di domande e relazione: strumenti del presente, in mano al lettore.
In questo gioco di rimandi il curatore diventa il primo ascoltatore; con lui i protagonisti ripercorrono l’evento, lo integrano, lo dispongono per una visione sulla carta. Da qui la necessità di altri compagni di lavoro, di altri fattori – testimoni chiamati a impaginare le visioni.
Bisogna trovare il tempo, sulla pagina, per accompagnare e guidare lo sguardo del lettore.
Una grande rete di saperi per un piccolo manufatto; uno spreco, forse, certo un lusso, avvertito come necessaria responsabilità verso le voci intrecciate in Bottega.
Per questo primo quaderno abbiamo scelto la serata che ha visto Elena Bucci dialogare col padre Adelmo. Il percorso artistico di Elena nel teatro è ben noto, meno lo era per noi quello del padre Adelmo nel mondo del cinema e dei suoi fruitori, ma molti ci dicevano: “dovete parlare con lui se volete sapere del cinema nel nostro territorio". E così abbiamo realizzato l’incontro del
21 novembre 2016, incontro che Laura Mariani ha sapientemente ripercorso e raccontato, con cura sollecita e sapiente, per condividerlo con i lettori della pagina scritta.
Una pubblicazione alla quale hanno dato il loro contributo amici di ieri e di oggi, del cinema e del teatro, semplicemente: del fare. A loro il ringraziamento e lo sprone a proseguire, assieme. (r.m.)

ANIME

un video di Stefano Bisulli

con Elena Bucci e Marco Sgrosso

da un'idea di Elena Bucci

ambientazioni Elena Bucci e Marco Sgrosso
maschere Stefano Perocco di Meduna
assistenza alle riprese e al montaggio Nicoletta Fabbri

produzione Nomadea Film 2018

ANIME | lab

laboratorio a cura di Elena Bucci

dal 10 al 14 agosto 2018 (con prova aperta al pubblico)
Valle Cilento, Sessa Cilento (SA)

"Segreti d’autore" 2018
un progetto di Ruggero Cappuccio, direzione artistica Nadia Baldi

Dedichiamo cinque giorni a creare le semplici e rare condizioni necessarie al rito del teatro: silenzio, tempo, concentrazione, libera immaginazione, coraggio, esposizione di talenti sconosciuti, lotta al pregiudizio e alle abitudini del corpo e della mente.
Indagheremo il conflitto misterioso e mai risolto tra bene e male, giusto e ingiusto, generoso e avido, ricco e povero attraverso “L’anima buona del Sezuan” di Bertolt Brecht.
Dal nostro punto di vista privilegiato, nella parte fortunata del mondo, apriamo lo sguardo attraverso corpo, voce, parola, canto, silenzio: la creazione consapevole e libera può essere un antidoto alla chiusura e alla paura? una diversa felicità, una antica e nuova politica?

Pausa Puglia

agosto 2018

M.A.R.E.

di e con Francesca Pica

tratto da "Donne di mare", "Spiriti e Vulcani", "La danza delle streghe" di Marilena Macrina Maffei

supervisione di Elena Bucci
scene Domenico Latronico
progetto tutorato da Le Belle Bandiere

debutto: 4 agosto 2018, Tonnara Maria Antonietta, Cetara, rassegna Teatri in Blu

Il progetto M.A.R.E. - mirabolanti antichi racconti eoliani - nasce dalla volontà dell’attrice Francesca Pica di recuperare e mantenere viva la memoria culturale delle isole Eolie attraverso la messa in scena dei racconti di tradizione orale riguardanti le credenze magiche, i culti e la vita dell’arcipelago eoliano.
Per la costituzione del corpus dello spettacolo, fondamentale è stato l’incontro con Marilena Macrina Maffei, antropologa che ha concentrato molto della sua ricerca in Italia centro-meridionale e in particolare nelle isole Eolie indagando inoltre, per quanto riguarda le isole Lipari, la figura della donna pescatrice: ovvero quelle donne che, fino alla prima metà del Novecento, hanno sfidato quotidianamente il mare, donne la cui profonda traccia rischia di essere cancellata perfino dalla memoria condivisa della gente di mare.
È proprio dalla figura di una pescatrice e dalla sua storia che prende corpo lo spettacolo. La vita della protagonista, i racconti, i ricordi, si intrecciano con la storia orale locale, creando un fitto intreccio attraverso il quale risulti vivificato il sistema di credenze e pratiche proprio del folklore eoliano, facendo scivolare lo spettatore in un immaginifico viaggio senza tempo, tanto agli inizi del secolo quanto in un presente fiabesco come in un futuro improbabile.

Nella notte delle balle di paglia

Cotignola, luglio 2018

Alle porte dei sogni

conversazione di Maurizio Bettini
con la partecipazione di Elena Bucci

14 luglio 2019
Antico Porto di Classe, Ravenna

Messaggio divino, metafora dell’oscurantismo, simbolo della vanità della vita, svelamento di traumi infantili, utopia: tanti sono i significati che si sono assegnati al sogno. Il tema centrale di Ravenna Festival sarà protagonista di un incontro speciale tra Maurizio Bettini, classicista dell’Università di Siena e autore del fortunato Viaggio nella terra dei sogni (Il Mulino, 2017) ed Elena Bucci, attrice Premio Duse nel 2016. Due ospiti d’eccezione che intrecciano i loro saperi, mescolando saggistica e recitazione, riflessioni ed emozioni, in un viaggio dentro quella misteriosa porzione notturna della nostra psiche. In fondo, che cos’è il teatro se non l’arte del sogno per eccellenza? Fugace, irripetibile, potente, il teatro è il sogno che facciamo da svegli: ci rimesta dentro senza chiedere il permesso.

Ravenna Festival 2018

Antigone porto antico

Antico Porto di Classe (RA), luglio 2018: Elena Bucci / Antigone (foto Apoliva)

ONDE

liberamente ispirato alle opere e alle vite di Virginia Woolf e Katherine Mansfield

elaborazione drammaturgica, regia e interpretazione Elena Bucci

assistente all’allestimento Nicoletta Fabbri
disegno luci Loredana Oddone
cura e drammaturgia del suono Raffaele Bassetti
realizzazione costumi Marta Benini, Manuela Monti
grazie a Marco Sgrosso e a Mario Giorgi
foto di Marco Ghidelli, Salvatore Pastore

Le Belle Bandiere, Napoli Teatro Festival
con il sostegno di Regione Emilia-Romagna, Comune di Russi

Napoli Teatro Festival Italia
Sala Assoli, 4 e 5 luglio 2018

Rubando parte di un titolo famoso, chiamo questo progetto Onde, per onorare il fascino cangiante che emana dalle opere di Virginia Woolf e Katherine Mansfield, capace di spezzare le abitudini dello sguardo e illuminare la mutevolezza del quotidiano. Sulle ali d'aquila della loro scrittura coraggiosa, mi affaccio su molti abissi, mi immergo nell'immensità del dettaglio e nell'allargarsi dell'orizzonte, vedo apparire personaggi e storie in parte ispirate alle loro opere, in parte osservate dal vero e inventate, annoto come posso la vita che va. Onde è una drammaturgia in musica sospesa tra improvvisazione, scrittura, canto e parlato, una giocoleria per dondolare visioni e ordinamenti del mondo ancora troppo sicuri di sé. È una finestra aperta all'improvviso d'estate su una stanza chiusa, in attesa, per nulla triste, solo dormiente, dove cominciano a risuonare voci. Buffe e misteriose presenze, raccontano tratti delle vite e delle opere di Virginia e Katherine, ma anche frammenti di sconosciute biografie rubate all'ombra e al silenzio della storia. Tutte hanno in comune lo stesso intento, giocato in modi diversi: «Ho provato a dire la mia verità, ad ogni costo, quella che solo io potevo scrivere e conoscere. Ho aggiunto un segno al quadro, il mio».