Ricordare, trasformare

di Elena Bucci
due note in occasione del Regalo di Piero, un libro di scritti e fotografie di Piero Casadei da lui pubblicato per testimoniare intorno al progetto dedicato a Leo "Molti pensieri vogliono restare comete" (Ex Caserme Sani di Bologna, giugno, luglio 2009)

Ricordare: richiamare al cuore o alla mente. Così recita il vocabolario. Il luogo della memoria si sposta nella storia degli uomini dal cuore alla mente e viceversa. Alla parola memoria Leo stesso aveva voluto associare il suo spazio di lavoro a Bologna, prima quello al secondo piano di un capannone nella zona Fiera, piccolissimo e magico, e poi il Teatro San Leonardo.
Mi è sembrato naturale, pensando a questo progetto nell’insieme e al mio contributo, riflettere proprio su quanto la memoria ci permetta di rivivere, imparare, guardare al futuro, selezionare le esperienze. Le esperienze più vitali non solo sono ricordate, ma continuano a trasformarsi nel tempo, a rivelarsi, a proporsi sotto nuove luci.

Comete, come in breve tutti chiamiamo il lavoro della scorsa estate 2009, ne è un esempio chiarissimo: tutte le persone che sono state vicino a Leo nel periodo bolognese hanno ormai una loro strada ben precisa, in ognuna delle quali mi permetto di ravvisare alcune affinità che, pur non essendo mai state registrate da un documento nè da un convegno, testimoniano dell’esistenza di un’esperienza comune che ha dato i suoi frutti. Nonostante questo, nessuno di noi ha mai immaginato prima d’ora di unire le forze in nome di Leo. Lo conoscevamo, sapevamo bene quanto credesse nella solidarietà tra gli artisti ma anche nell’unicità di ogni percorso autoriale. Abbiamo sempre rispettato il fatto che, come indicava il nome stesso, Il Teatro di Leo fosse di Leo e basta, e che, mancando lui, non fosse possibile continuare il suo lavoro se non dopo averlo trasformato attraverso il nostro stesso lavoro.
Quando ci siamo ritrovati a Roma il 18 settembre, abbiamo sentito che era giunto il tempo di richiamare al cuore e alla mente l’esperienza vissuta con lui, essendone particolari testimoni. Ci siamo resi conto di quanto fosse riuscito l’intento di Leo di non tramandare di sè e della sua opera che il ricordo nelle persone vive. Ancora oggi si trova pochissimo su di lui e ci troviamo spesso ad essere intervistati e interrogati avidamente da chi non ha avuto modo di vedere i suoi spettacoli, da chi li ha visti e li ha tenuti, appunto, nel cuore, da chi vorrebbe saperne di più.
Siamo memoria viva, con tutti i pregi e i difetti di questa condizione, tanto influenzata dalle singole personalità.
Abbiamo dunque cominciato a tessere la trama degli incontri che presto sono diventati le ‘psicoriunioni’. Infatti abbiamo ben presto scoperto che non si trattava soltanto di creare un progetto ed organizzarlo, ma anche di confrontare la percezione delle esperienze passate e presenti, di calibrare le emozioni per non cadere nella retorica o in un facile sentimentalismo, di tutelare la qualità di ogni passaggio, di verificare quanto negli ultimi anni si fosse modificata la struttura delle relazioni tra il microcosmo teatrale e il resto della società italiana, di risentire il piacere e il disappunto nello scoprire ancora tenaci i legami tra noi.
Abbiamo poi allargato la cerchia delle collaborazioni, rivelatasi preziosissime sia per la qualità del lavoro, sia perchè abbiamo avuto conferma della possibilità concreta di trasmettere l’esperienza con Leo a persone che non l’hanno vissuta ma che ne hanno sentito valore e fascino. Ed ecco lo strepitoso lavoro di suono di Alessandro Saviozzi, che ci ha aiutato a dare unità ai singoli interventi innestandoli su un’emozione potente e condivisa, la dedizione e la continua ricerca sulla luce di Alessia Massai e Matteo Nanni, che si sono spinti a sfruttare le difficoltà fino al punto da agire come attori con noi sul finale per poter modificare la luce, alla continua ricerca di rigore delle guide, il cui volontariato era una splendida prova di alto senso del mestiere del teatro, con i suoi riti di apprendimento e di magìa.
E poi ci sono stati gli angeli, collaboratori arrivati da chissà dove, come il ragazzino Mattia e il bambino Francesco, che ho trovato nel mio spazio il primo giorno armato di scopa, paletta e mascherina e mi ha dato il coraggio di cominiciare a pulire. Non sono più andati via.
Ci sarebbe moltissimo da raccontare su questo periodo magico nel quale ogni piccolo gesto o passaggio trascinava con sè ricordi e immagini per il futuro: dal rapporto con le istituzioni, subito pronte al sostegno, alla redazione dei materiali, dalla scelta del luogo alla costruzione della struttura dell’evento, dalle prove dei nostri singoli interventi alla creazione del percorso, fondandosi sull’aiuto dei coraggiosi volontari, dalle pulizie di tre enormi capannoni all’apertura dei cancelli nell’ora misteriosa tra fine del giorno e inizio della notte.
Non voglio abusare di questo libro, che tra noi chiamiamo Il regalo di Piero, grati che l’abbia voluto dedicare a Comete. È un libro di straordinarie immagini da lui create ed è giusto che parlino soprattutto loro.
Ci saranno, spero, altri tempi e luoghi.


IMPROVVISAZIONI SUL NON ESSERE E IL NON DIRE
di e con Elena Bucci
ovvero
SALE
con la presenza e l’aiuto di Francesco Delle Cave, nel ruolo vero dell’Angelo bambino

lo so lo so, non bisogna voltarsi indietro, altrimenti si diventa statua di sale
e i maestri vanno salutati. Eppure: il disegno dei ricordi, che cambia ogni giorno, è un indice del futuro? la mappa alla quale si torna ogni volta per ripartire? È verso il silenzio, come scrive Leo, che si deve andare?
Di quale forza è strumento un attore? quanto trasparente? il teatro, qui ed ora, è dentro o fuori dai teatri? e il mondo fuori, cosa cerca nel teatro? e il teatro nel mondo?
domande domande, parole da risolvere in azione.

non si può bluffare se c’è una civiltà teatrale,
ed il teatro è una grande forza civile,
il teatro toglie la vigliaccheria del vivere,
toglie la paura del diverso, dell’altro, dell’ignoto,
della vita, della morte

Leo De Berardinis

Ecco la sfida che volevo per questo saluto a Leo: trasformare un luogo scarno e deserto in un teatro, intrecciare le azioni individuali in modo che la tessitura diventi più importante dei singoli disegni.
È la celebrazione non enfatica di un rito, un esperimento al quale mi sono preparata da anni senza saperlo e che ora voglio affidare in parte al caso.
Il mio intervento dovrà essere un’improvvisazione, perchè questa fu la questione che fece discutere e riappacificare Leo e me, l’ultimo passo che affrontai con lui e che da allora mi accompagna come pratica, aiutandomi a scrivere direttamente in scena con più forza e sintesi e permettendomi di sporcare le parole, fino a spingerle al canto, con i colori delle persone e dei luoghi dove lavoro, con le impressioni registrate fino all’attimo prima del salto nel vuoto davanti al pubblico.
Leo merita tutto il mio rischio.
Ho raccolto musiche degli spettacoli con lui, suoni, copioni, pensieri.
Ho aspettato che tutti scegliessero il loro spazio per occupare l’ultimo rimasto, perfetto: la grande porta verso fuori, la finestra, i tralicci ai quali sospedere la mia lampada, la farina, il sale, un vestito rosso identico a quello che indosso. E siamo due, una qui e una là, nel passato o chissà dove. Appena fa buio metto un sagomatore a terra in diagonale e scopro che quella è la mia luce: lame strette, una lampada appesa in movimento e io che salto da un mondo all’altro, da uno stato all’altro, scegliendo se far vedere solo una mano, o il viso, scomparendo, come accade appunto ricordando o sognando. Matteo ed Alessia mi aiuteranno.
Sono le cinque del mattino quando quel fondo di capannone diventa il mio teatro.

Ho ascoltato il Giardino Sonoro di Alessandro e subito gli ho chiesto di aiutarmi a creare una tessitura con i suoni che avevo scelto: voci di bambine, musiche, un mio urlo registrato pensando alla ribellione contro la morte data dall’oblìo.
Sette minuti, per non rischiare di prendere troppo tempo.
Lavorando insieme è accaduto di più. L’Internazionale, che cominciava la sua seconda sezione all’aperto, è diventata il mio finale e il sale della memoria, che, finiti i miei sette minuti spargevo aprendo la porta, è anche il sale del salario, il sale della terra.
Ascolto e guardo quello che fanno gli altri prima di scegliere l’energia della mia azione e trovare la nota.
Accanto a me c’è un bambino che mi ha affiancato dal primo momento e non ha smesso un attimo di lavorare. È curioso. Se continua così, gli chiederò di accompagnarmi in scena, purchè non si spaventi. Quando gli faccio vedere la mia improvvisazione ride e si rivela più meticoloso e preciso di me. Non dimentica mai di rimettere la farina nel cartoccio e di controllare se la sua camicia bianca è pulita, è lui che da il via alla musica con il mio computer. Ha detto ai genitori che recita nello spettacolo, ma loro non gli hanno creduto fino alla prova generale. Si chiama Francesco, ma io lo chiamo Angelo.
Volevo occuparmi del ricordo e della paura, affrontare il mito che, sotto vesti diverse, ci raccomanda di non guardare indietro per non diventare statue di sale, volevo rileggere il passato, guardare negli occhi Leo attraverso il tempo e la morte, varcare la soglia e aprire la porta verso fuori, perché quanto da lui ho imparato mi sembra di un’attualità toccante, mi aiuta ogni giorno a comprendere quello che faccio e vorrei che fosse tramandato ad altri. Volevo dirgli che no, non lo abbiamo fatto il Teatro Nazionale di Ricerca.
Volevo anche, come ad una veglia, ritrovarmi a ridere ripensando alle cose che diceva e faceva Leo.
Ma mentre ero tutta immersa nel dialogo con i morti, il bambino Francesco detto Angelo è diventato il futuro stesso che si mescola al passato e il luogo dove agivo, rubando le parole a Cristina Campo: ‘la meta, la grotta nella quale infanzia e morte si raccontano il loro segreto’.

Quando comincia non è ancora buio: i bambini spiano dalla finestra il pubblico che arriva lungo il viale. State giù! Tutti noi in attesa siamo sagome scure e silenziose.
Mi dispiace che il pubblico non veda lo spettacolo nascosto dei piccoli gesti di molte persone che si intonano l’un l’altro.

Marco Manchisi e Miranda stanno finendo. Prendo per mano Angelo e vado verso il pubblico con una lanterna. Credo sia il momento di cantare e il senso del canto non mi abbandona più, anche quando mi trovo ad articolare le parole. Il testo di Amleto si intreccia con il mio dialogo con Leo e con il teatro stesso. I suoni mi sorprendono ogni volta ed ecco, il tempo è finito. Apro la porta ed esco. Ho sempre l’immagine di una moltitudine sconosciuta in pacifica marcia verso il futuro. Internazionale, voci registrate, voci di Leo, musiche che ben conosco, attendo immobile. Nel momento più emozionante mi pare che si alzi il vento. Nel centro di un grande albero si affaccia la luna. Vuoi vedere che ce la manda quel mago di Viani?
Mi avvio, come correndo ad una festa, ad incontrare gli altri in maschera nel giardino finale. Finalmente saluto il mio maestro, senza alcuna tristezza.