La maschera è una chiave

l’uso della tradizione per l’invenzione di maschere al presente

di Elena Bucci


Ogni attore, prima o poi, fa i conti con la maschera, sia che si tratti del mistero che avvolge l’uso di quelle greche, sia che si tratti del confronto con una delle più potenti e ignote tradizioni, quella della Commedia dell’Arte o Commedia all’italiana, sia che, dopo qualche anno di lavoro, si trovi a guardarsi allo specchio, cercando di capire cosa mai succeda al suo volto nell’infinitesimale frazione di tempo che separa lo spazio privato da quello pubblico, sul palco, nel quale il volto si trasforma.

Eleonora Duse, stanca della sua immagine, non si guardava più allo specchio, ma fissava a lungo, prima di andare in scena, un suo ritratto da ragazza, nel quale riconosceva una maschera plasmabile, libera dai segni del tempo e quasi estranea. La indossava con il pensiero e forse con i muscoli del volto e, scivolando senza voler vedere nulla dal camerino al palco, trovava il coraggio di recitare come amava fare lei, sempre più nuda, senza trucco e trasparente, ma con la sua immaginaria maschera ben calcata sul viso.

Non si fatica quindi a vedere come una maschera sia una chiave che apre porte. Se Oscar Wilde la individua come una delle strade per poter essere sinceri, allo stesso modo l’attore, celando la sua individualità, apre la porta sulla moltitudine di io che tutti noi siamo, con diversi modi di pensare, di agire, di guardare, di camminare.
Non solo: la maschera apre la porta alla follia, forza che spesso si teme, si costringe, si ignora.
Quando dico follìa, non intendo la dolorosa esperienza della malattia mentale. Parlo di una forza estremamente rigenerante e creativa che si sprigiona nell’azione teatrale, quando ci si senta liberi.
Creare, almeno per quanto riguarda la mia piccola esperienza, significa anche ordinare in altro modo elementi già esistenti. Mentre l’io di tutti i giorni tende a mantenere l’ordine dei gesti e ad affezionarsi alle abitudini nell’illusione o nel dovere di difendere un’identità, l’io che sale sul palco rinuncia per definizione alla sua identità e si può permettere, celando il viso, di buttare per aria convenzioni e convinzioni, legami, comportamenti e codici morali e intellettuali per creare i corto circuiti che colpiscono le sfere emotive e svelano una diversa visione del mondo.
Accredito la versione secondo la quale la forza eversiva e temutissima della Commedia dell’Arte, ammirata dal popolo - e, guarda un po', dai re - ed esecrata dai moralisti - che la chiamavano ‘teatro del mondo capovolto’, ‘ricettacolo di ogni male’ - fosse dovuta ad un uso meraviglioso e libero dell’oggetto maschera, che permetteva lo scherzo sul potere, la denuncia dell’ipocrisia, la risata liberatoria che rovescia il grigio ordinamento gerarchico.

E se molte donne furono famose in quel teatro, pur senza portare maschere, posso con presunziore avvalermi di questo fatto a conferma della mia affermazione: la porta verso la libertà che ci apre la maschera non dipende dalla magìa di un oggetto, la cui credenza ci renderebbe idolatri e ancora una volta schiavi di una superstizione fuori di noi, ma dal consapevole uso della nostra interiorità e degli infiniti veli che possiamo mettere all’anima, facendo in modo che ogni velo ci riveli ancor di più, quietando la paura.
Tuttavia, nel lungo percorso che porta all’arte maestra dell’uso delle maschere interiori, è utile, come in ogni disciplina, chiedere aiuto di volta in volta alla concretezza degli oggetti, usati come limite e trampolino per l’immaginazione, perchè essa trovi strade precise di espressione e comunicazione senza perdersi. Non sempre l’intelletto e il pensiero, abbandonati a se stessi e alle loro infinite varianti, trovano un esito: spesso bisogna ricorrere alle pratiche umili dell’artigianato, che scopre nuovi mondi dalla lezione dei materiali, dalla bellezza di un pezzo di legno, dalla lavorazione del cuoio, dalla potenza evocativa di un oggetto usato da molti altri prima di noi.